mercoledì 13 luglio 2016

Ransom Riggs - La casa per bambini speciali di Miss Peregrine

Il tema della diversità, unitamente a quello della tolleranza, è ormai abbastanza diffuso e sviscerato nella letteratura e nel cinema, non solo a livello sociale, ma anche a livello fantastico: basti pensare a Tim Burton, uno che ha costruito la sua poetica sul mostro gentile, diverso e malinconico, e che ha utilizzata in chiave sarcastica e dissacrante per stigmatizzare l’ipocrisia, la stupidità e il perbenismo della società contemporanea razionalista. Sulle stesse coordinate si muove questo La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, sorprendente debutto letterario dell’americano Ransom Riggs che, guarda caso, sarà portato al cinema proprio da Tim Burton il prossimo Natale. Racconta la storia di Jacob, un adolescente della Florida cresciuto con le storie di suo nonno, storie che tutti reputano assurde e inverosimili e che raccontano di quando, bambino ebreo scampato dalla Polonia occupata dai nazisti, si era rifugiato in un orfanotrofio situato in un isolotto del Galles e abitato da bambini dai poteri speciali. Lo stesso Jacob, che da piccolo ci ha sempre creduto, crescendo ha incominciato a dubitarne: la prova dell’esistenza di questi bambini è data solo dalle foto in bianco e nero in possesso del nonno che sono le stesse che ritroviamo a corredo del libro (veramente affascinanti, anche se un po’ disturbanti per la loro natura freak, ma fondamentali per dare ancora più profondità alla storia). Dopo la morte misteriosa e cruenta del nonno, Jacob entra in terapia da uno psichiatra perché crede di aver visto un mostro (ma nessuno gli crede) finché, entrato in possesso di una lettera e di alcuni indizi lasciatigli dal nonno, non decide di partire per l’orfanotrofio del Galles gestito dalla misteriosa Miss Peregrine. Ad accompagnarlo sull’isolotto (dove sono tutti rissosi, zoticoni e ubriaconi) c’è il padre, un ornitologo po’ fallito e incapace di terminare un libro, che non ci prova nemmeno a venire incontro alle stramberie del figlio (in questo tipo di romanzi c’è sempre un baratro insormontabile che divide il grigio mondo degli adulti da quello poetico dell’infanzia). Sull’isola Jacob trova l’orfanotrofio, ci si ritrova dentro nel 1940, e conosce i suoi abitanti: una bambina dalla forza smisurata, una bambina che bisogna tenere legata altrimenti spicca il volo, un’altra bambina che ha la bocca dietro la testa, un bambino invisibile. Insomma, gli stessi delle storie del nonno, che mantengono l’aspetto di bambini anche se hanno più di 80 anni. Infatti scopre che, proprio grazie a Miss Peregrine, si tratta di un luogo protetto e magico che memorizza le ultime 24 ore e le ripete in un loop temporale facendo rimanere i suoi abitanti in uno stato perenne protratto all’infinito (salvandosi così dall’esplosione di una bomba tedesca). Lasciata la casa, però, Jacob può tornare tranquillamente nel presente, dove scopre che la situazione è ben più complessa di quel che pensava: infatti, c’è qualcuno disposto a tutto pur di trovare il rifugio dei bambini speciali per un determinato scopo (forse garantirsi la vita eterna), e Jacob dovrà decidere cosa fare, se restare o ritornare, nella consapevolezza che in ogni caso dovrà combattere i mostri (ci sono i Vacui, i rinnegati che voglio uccidere gli speciali, e gli Spettri, gli umani aiutanti dei Vacui). Ci si metteranno in mezzo anche il destino e l’amore. Riggs non brilla certo per originalità: la sua divisione tra “normali” e “diversi” richiama in qualche modo quella tra “babbani” e “maghi” di Harry Potter, e l’idea della casa di Miss Peregrine ricorda molto la scuola del professor Xavier degli X-Men, con una sfumatura da Bimbi Sperduti di Peter Pan (che tra l’altro non crescono mai), mentre alcuni particolari possono far tornare alla mente Big Fish di Tim Burton (le mirabolanti storie del padre a cui il figlio non ha mai voluto credere). In questo caso, però, Miss Peregrine non insegna niente di particolare ai suoi alunni ma si limita a difendere strenuamente l’idea che i diversi siano considerati una minaccia dal resto del mondo e che quindi si debbano autoescludere e condannarsi alla ghettizzazione nei confronti dell’esterno. Dove Riggs davvero convince è piuttosto nella creazione di atmosfere gotiche avvolgenti ma non invasive e nella capacità di far crescere la tensione, soprattutto nella pirotecnica seconda parte (la prima parte è più introduttiva). Ottimi i personaggi, a partire da Jacob che è un adolescente credibile nel suo itinerario di formazione, ma anche gli altri bambini sono tutti dotati di una propria personalità e quindi perfettamente riconoscibili. Il finale aperto ci lascia con una serie di interrogativi, che si spera vengano chiariti nel sequel (Hollow City). Veramente curatissima la confezione, che ne fa una lettura consigliata anche agli adolescenti desiderosi di sfuggire all’asfittico panorama odierno di young adult distopici e vampiri emo.

sabato 11 giugno 2016

Elena Ferrante - Storia di chi fugge e di chi resta

Mentre continuano a proliferare le teorie sulla presunta identità di Elena Ferrante (l’ultima teoria, espressa da Marco Santagata, vorrebbe si trattasse di Marcella Marmo, ordinaria di storia contemporanea all’università Federico II), il successo della sua tetralogia L’amica geniale nel mondo è stato tale che si è deciso di farne una serie tv di quattro stagioni (da otto episodi ciascuna). Giunto personalmente al terzo volume, ovviamente in ritardo rispetto al resto del pianeta (ho iniziato a interessarmene quando in tutte le librerie di Londra ho trovato esposti tutti i libri della saga tradotti in inglese), devo dire che il mio giudizio al riguardo sta peggiorando: beninteso, riconosco il valore letterario dell’opera e l’ambiziosità del progetto (unire microstoria e macrostoria attraverso il racconto di amicizia e di ambiente, un po’ in stile romanzo popolare dell’Ottocento), così come la bravura della Ferrante come scrittrice, e non voglio certo arrivare agli eccessi snobistici di un Giorgio Montefoschi, che qualche settimana fa ha pomposamente dichiarato su “Sette”: «Ho letto un po’ di pagine. I suoi mi sembrano libri da portineria. Da ballatoio. Qualità letteraria: zero». Purtroppo, se il secondo capitolo mi era piaciuto meno del primo, questo terzo capitolo mi è piaciuto anche meno del secondo, gravato com’è da tanta, troppa zavorra che in alcuni casi lo rendono simile a una soap. Ed è un peccato, perché gli spunti sono molti. Come dice programmaticamente il titolo, Storia di chi fugge e chi resta parla del confronto tra chi rimane e chi se ne va da un luogo che appare senza prospettive, il rione di Napoli (che già nel prologo ambientato ai nostri giorni appare desolato), ma anche il posto di lavoro e la vita familiare, smarrendo così le proprie radici e la propria identità. Ovviamente, questo confronto è tutto tra le due amiche Elena (Lenù) e Raffaella (Lila), come sempre in un mix di competizione, amore, odio e meschinità, ma soprattutto all’insegna dell’ambivalenza e della subalternità («Non c’era modo con lei di acquietarsi, ogni punto fermo del nostro rapporto – spiega Lenù – prima o poi si rivelava una formula provvisoria, presto le si smuoveva qualcosa nella testa che la squilibrava e mi squilibrava. […] Io, malgrado tutti i miei cambiamenti, seguitavo a esserle subalterna. Di quella subalternità sentii che non sarei mai riuscita a liberarmi e questo mi sembrò insopportabile»). Le due si allontanano ma finiscono sempre per ritrovarsi, come se l’una non potesse esistere senza l’altra: questa volta però i ruoli sono capovolti, perché Lenù cade in un vortice mentre Lila ha già toccato il fondo e non può fare altro che risalire. Lenù ha appena pubblicato il suo primo romanzo, in gran parte autobiografico, che ottiene un buon successo di critica; vive insieme e sta insieme a un giovane professore, Pietro Airota, tranquillo e noioso intellettuale che ottiene una cattedra universitaria di ruolo (per meriti paterni, secondo le malelingue). Si sposa, resta incinta, va in crisi col marito, non riesce più a scrivere niente, flirta con altri, resta di nuovo incinta, rivede il suo innamorato Nino Sarratore (ex di Lila e forse padre di suo figlio, e ora sposato con un’altra), ha di nuovo l’ispirazione letteraria e pianta Pietro e le figlie. Lila, che è rimasta a Napoli, lavora invece in una fabbrica di salumi dove il sopruso e la molestia sono la legge, quindi si mette a studiare programmazione e accetta di mettersi al servizio dei Solara (i boss camorristi del rione) per la gestione di un computer. Il periodo è quello tra gli anni Sessanta e Settanta, sono gli anni della politicizzazione esasperata, degli scontri tra comunisti e fascisti, della lotta operaia, delle riunioni, della sinistra extraparlamentare, dei comunisti al caviale, della violenza e della contestazione nei confronti dell’autorità. Raccontando la storia delle sue protagoniste con un occhio tipicamente femminile, la Ferrante continua a esercitare il solito sguardo critico nei confronti degli uomini, nel senso sia dei violenti maschi napoletani sia di intellettuali di sinistra, con una visione del sesso spesso senza senso e degradante. Sullo sfondo, c’è sempre il rione maledetto, che si ripresenta sempre anche se sei fuggito, con tutta la sua fauna umana chiassosa e volgare, le sue logiche e i suoi rituali.

lunedì 30 maggio 2016

Verlyn Flieger - Schegge di luce

«Perché si dovrebbe leggere Tolkien? Per ristoro e divertimento. Perché si dovrebbe prendere sul serio la sua opera, come egli stesso faceva, e cioè veramente sul serio? Perché è rigorosa, onesta e priva di compromessi. Perché affronta in modo diretto, anche se in maniera assai creativa, i due argomenti spinosi, imbarazzanti e perfino tabù che il nostro tempo tende a evitare quanto più possibile: la morte e il rapporto tra l’umanità e Dio». Basterebbe questa affermazione di Verlyn Flieger per spazzare via tutto il ciarpame prodotto dalla critica snob che tratta Tolkien come fenomeno paraletterario o dalla nostra critica simbolista che lo legge in chiave di fuga antimoderna in un passato mitico quando la società era tripartita e felice. Schegge di luce è uno dei più belli e complessi saggi sull’opera tolkieniana mai pubblicati, che molti sedicenti esperti farebbero bene a leggere prima di aprire la bocca. Come Tom Shippey e Brian Rosebury, la Flieger inserisce pienamente Tolkien nella contemporaneità e nel suo secolo di appartenenza, affermando che «Il Signore degli Anelli avrebbe potuto essere scritto soltanto nel XX secolo e, cosa ancor più importante, soltanto per esso. Sebbene quest’opera attinga la propria verità dai miti antichi, essa parla in modo diretto all’età contemporanea, un’età che studia con attenzione la propria vita inconscia», tanto da avere «una maggiore rilevanza per il mondo attuale di quanto sembrasse averne quando […] fu pubblicato, verso la metà degli anni Cinquanta». Il libro della Flieger si basa fondamentalmente sul contrasto tra la luce e l’ombra, polarità che racchiudono altri contrasti (speranza e disperazione, bene e male, illuminazione e ignoranza, fede e dubbio, libero arbitrio e destino) e riflettono la natura contraddittoria di Tolkien, profondamente influenzata dalla fede cattolica ma anche dalla morte della madre a causa della sua fede: questo lo portò sempre a vedere il cattolicesimo come inestricabilmente connesso alla perdita e alla “storia” come una lunga sconfitta dopo la Caduta originale, un lungo esodo dal Paradiso Terrestre illuminato da una luce intermittente e sempre più precaria, una «alternanza tra la visione della speranza e l’esperienza della disperazione». La rigorosissima analisi della Flieger si concentra soprattutto sul Silmarillion e sul corpus di leggende pensate da Tolkien come “mitologia per l’Inghilterra”, ma arriva a comprendere tutta la sua opera, «permeata da un’atmosfera di tristezza sempre più profonda, un senso di perdita, di allontanamento e di distanza crescente dalla luce e da tutto ciò che essa significa». Esempio massimo di questa poetica è la questione dell’illuminazione del mondo così come viene narrata nel Silmarillion: all’inizio della creazione la luce viene assicurata dalle due Lampade, una a nord e una a sud, che sono brillanti e costanti, senza che esistano la notte e l’oscurità; poi, distrutte le due lampade, prendono vita due grandi Alberi, uno d’oro e uno d’argento, dalla luce più soffusa e che brillano solo a Valinor (dimora dei Valar) a turno per sette ore. Infine, distrutti anche gli Alberi, vengono creati il sole e la luna, mentre la luce degli Alberi viene racchiusa nei Silmaril, i gioielli creati da Fëanor che ricapitolano tutto quello che è successo prima della loro creazione e di quello che scaturirà dopo, e che poi andranno perduti: «I luoghi dove finiranno, le loro “tombe” nella terra, nel mare e nel cielo, sottrarranno alla Terra di Mezzo la loro luce, la cui ultima scintilla, la stella Eärendil (che è l’unico Silmaril rimasto sopra la superficie della terra), si offrirà alla vista degli abitanti della Terra di Mezzo soltanto al mattino e alla sera, nei momenti in cui muta la luce. Quest’ultima, dunque, non è più onnipresente, e si riduce soltanto a un ricordo a una promessa, a un segno di ciò che è stato e che ancora potrebbe essere». Sintesi e allo stesso tempo frammentazione in quanto recupero della luce attraverso la divisione (in tre pietre) e la dispersione, i Silmaril e la guerra per il loro possesso incarnano alla perfezione il tema tolkieniano del potere della luce, del bisogno e dell’impulso di cercarla ma anche del «pervertimento di tale impulso in concupiscenza e odio nel momento in cui il desiderio si chiude su se stesso e la cosa posseduta si impadronisce del suo possessore. La storia diventa quindi un’esplorazione dei diversi effetti della luce e del modo terribile in cui essa, in se stessa del tutto positiva, può tuttavia condurre all’oscurità e, in un definitivo rovesciamento della sua qualità, può anche divenire essa stessa oscurità». Chi cerca di possederla (come Fëanor) è destinato a perdersi e a smarrirsi, e in alcuni casi a creare ancora più ombra (è il caso del grande ragno Ungoliant, che si ciba di luce e la rivomita come oscurità, perversione dell’atto del nutrimento e della luce stessa), mentre chi cerca i Silmaril per un motivo altruistico può stringerli in mano e venirne protetto (come Beren). L’intera storia è dunque «un oscuramento progressivo […] illuminato da inaspettati lampi di coraggio grande bellezza, lealtà durevole, amore immortale»: attraverso il continuo intreccio dei destini di uomini ed elfi Tolkien sviluppa compiutamente e con gradazioni diverse l’interazione tra la luce e l’ombra e l’impulso ad allontanarsi o ad avvicinarsi a essa, in un continuo gioco tra libero arbitrio e destino. È solo attraverso l’oscurità e la morte (dono fatto agli uomini ma fatto apparire come un male dai poteri dell’oscurità) che Beren e Lúthien raggiungono la luce, ed è grazie a loro che nascerà una nuova razza, i Mezzelfi, che possono scegliere per sé il destino degli elfi o quello degli uomini e che pertanto offrono una nuova speranza per entrambe le razze. Anche Il Signore degli Anelli è un viaggio nell’oscurità (illuminato dalla fiala di Galadriel, che contiene la luce di uno dei Silmaril), esteriore e interiore, che vede Frodo incontrarsi con un sé stesso rovesciato, Gollum, e un continuo e complesso gioco di contrasti e corrispondenze fra destino e libero arbitrio che allontana entrambi dalla luce: Frodo accetta volontariamente di essere annientato in nome di una causa che lo trascende, diviene lui stesso una scheggia di luce frammentata che «rende manifesta la necessità di quella riunificazione col sé, col mondo e con Dio in cui Tolkien identificava la gioia oltre le muraglie del mondo». La Flieger riflette a lungo sul fatto che il Legendarium tolkieniano presenta insieme elementi cristiani, non cristiani e pre-cristiani (il Dio creatore e le intelligenze angeliche di provenienza biblica e le divinità pagane nordiche, la nuova creazione che scaturisce dalla catastrofe finale), con l’importante punto di divergenza rispetto dal cristianesimo costituito dal fatto che le vite di elfi e uomini si dispiegano dopo la Caduta e non ne sono né parte né causa; dove però l’autrice si dimostra veramente geniale è nel legare il tema della frammentazione della luce a quello filologico dell’interdipendenza tra mito e linguaggio in Tolkien, per cui il linguaggio esiste prima della storia e crea la realtà che descrive: in quest’ottica si spiega l’estrema precisione nella ricostruzione del linguaggio, delle forme e degli usi antichi delle parole che per Tolkien «non erano solamente una finestra sul passato, ma soprattutto la chiave del rapporto perduto tra Dio e l’umanità, il cui unico ricordo è il senso della Caduta». Se il Logos, la Parola, è lo strumento della creazione, allora anche la parola è strumento di subcreazione: ogni parola è una scheggia di luce che permette (anche allo scrittore, e quindi allo stesso Tolkien) di vedere e permette di colmare la separazione dell’umanità da Dio avvenuta con la Caduta. Gli elfi, venuti al modo come gruppo che si risveglia alla luce delle stelle (e non come discendenza di un antenato primordiale come nella maggior parte delle mitologie) arrivano a riconoscersi e a creare per se stessi il mondo di cui sono parte (pur restandone separati) attraverso il linguaggio e la parola. Inoltre, anche la lingua riflette la polarità di luce e ombra e la frammentazione a partire da una percezione totale in molteplici lingue e opinioni, così come le stirpi e le schiere elfiche si frammentano sempre di più a livello demografico: «Dalla prima parola pronunciata attraverso una serie di oggetti di percezione, di nomi e di concetti, la lingua elfica subisce un processo continuo di modifica e di frammentazione. […] Il linguaggio non si sviluppa in un vuoto, ma è invece il prodotto di pressioni e influenze che si bilanciano a vicenda, e di conflitti che conducono alla crescita e alla separazione, che conducono a loro volta alla differenza». Un enorme grazie alla Marietti per averci regalato questo autentico capolavoro.

lunedì 23 maggio 2016

William Shakespeare - Riccardo II

Bene o male tutti sanno che il 2016 coincide con il 400° anniversario della morte di Shakespeare, e moltissime nel mondo sono le celebrazioni e le iniziative volte a commemorare il genio e l’attualità del bardo di Stratford-upon-Avon. Che poi, si sa, non è mai esistito, visto che la storia è un florilegio di studiosi, dietrologi e investigatori dilettanti che hanno cercato di dimostrare che il più grande drammaturgo di tutti i tempi in realtà era Christopher Marlowe, Francis Bacon, qualche nobile della corte elisabettiana e addirittura un siciliano emigrato a Londra (si sono scritti addirittura tre libri sull’argomento), perché, come ha scritto Mariarosa Mancuso sul “Foglio” in occasione dell’uscita del film Anonymous di qualche anno fa, «gli Shakespeare scrivono Amleto, Romeo e Giulietta, Falstaff; gli uomini colti passano l’esistenza a congetturare che William non era William». A mio modo ho deciso di omaggiare la ricorrenza anche io, dedicandomi alla lettura non delle solite opere note (quello lo sanno fare tutti), bensì delle tragedie sui re inglesi, quell’infinito corteo di Riccardi ed Enrichi alle prese con complotti e tradimenti: un’iniziativa perfetta, se si pensa che Shakespeare è nato e morto lo stesso giorno, il 23 aprile, che è la festa di San Giorgio, patrono d’Inghilterra. Un predestinato, insomma. Ho deciso di partire con Riccardo II, dedicato alla figura dell’ultimo re plantageneto, capace di perdere il trono e di estinguere la sua dinastia mettendo sul trono i Lancaster. La tragedia comincia con la contesa tra due nobili che forse congiurano contro il re e si accusano reciprocamente della morte del duca di Gloucester, Bolingbroke e Norfolk. I due vengono esiliati: il primo, alla testa di una potente fazione, torna dall’esilio per reclamare i beni di suo padre, il saggio John di Gaunt, che gli sono stati ingiustamente confiscati dal re; Riccardo viene catturato e deposto, e Bolingbroke gli succede con il nome di Enrico IV. Il re deposto, rinchiuso nella Torre, muore lottando contro i suoi carcerieri, mentre le parole del vescovo di Carlisle già prefigurano le future sventure della Guerra delle Due Rose («Lasciatemi profetizzare che il sangue di inglesi concimerà la terra, ed età future gemeranno per questo. […] Il disordine, l’orrore, la paura e la ribellione abiteranno qui, e questa terra sarà chiamata il campo di Golgota e dei teschi dei morti»). Tra richiami patriottici e strazianti addii alla patria, Shakespeare ragiona sulla natura illusoria del potere («Perché dentro la vuota corona che circonda le tempie mortali di un Re, tiene la sua corte la morte; e qui siede il buffone, irridendo al suo stato e schernendo la sua pompa») e ritrae un re sensibile e raffinato, meditativo e dubbioso, in qualche modo un precursore di Amleto che preferirebbe evadere e ritirarsi in eremitaggio e che quindi è inadatto al suo ruolo: convinto di essere nel giusto fino alla fine in quanto re per mandato divino, si scontra con una nuova concezione del potere rappresentata dal passionale Bolingbroke, contrapposto a lui anche sul piano dialettico e verbale. E la vera tragedia è che per il pubblico è dannatamente difficile schierarsi con l’uno o con l’altro.

lunedì 9 maggio 2016

Alexandre Dumas - L'armata del Reno. I Bianchi e i Blu - Parte I

Altro romanzo scomparso da decenni, altra nuova pubblicazione per Gondolin: questa volta è il turno di Alexandre Dumas, famoso soprattutto per il ciclo dei moschettieri e per Il conte di Montecristo ma generalmente associato all’infelice etichetta di “letteratura dei ragazzi”. Dumas era un genio e ha scritto tantissimo, anche se in Italia sono pochi i suoi romanzi presenti sul mercato perché scomparsi o ignorati. È questo il caso de I Bianchi e i Blu, che insieme a I compagni di Jéhu e a Il cavaliere di Sainte-Hermine formano una trilogia ambientata tra la Rivoluzione francese e il periodo napoleonico che mescola personaggi noti e sconosciuti, storia e finzione: se Il cavaliere di Sainte-Hermine, scoperto una decina di anni fa, è stato pubblicato in italiano da Sellerio, gli altri due sono introvabili, ed è proprio qui che sono intervenute le Edizioni Gondolin. Si è deciso di cominciare a pubblicare I Bianchi e i Blu e I compagni di Jéhu a pezzi, per ragioni di costi (pubblicare due tomi da 800 pagine sarebbe stato controproducente), partendo dalla prima parte intitolata L’armata del Reno. Ci troviamo a Strasburgo, nel dicembre 1793: siamo in pieno Terrore, la ghigliottina continua a tagliare teste e i prussiani sono alle porte della città, che vive in una specie di fobia paranoica. E non è un caso che la ghigliottina faccia bella mostra di sé nel centro della città fin dalle prime pagine. Il re Luigi XVI è stato giustiziato e la Repubblica francese è in guerra contro i suoi nemici interni ed esterni che vorrebbero ripristinare l’ancien régime (i “Blu” erano i sostenitori della Rivoluzione, i “Bianchi” i sostenitori della controrivoluzione). La vicenda non è lineare, non vede un protagonista principale e si estende abbracciando l’azione di vari personaggi: potremmo dire che si sviluppa seguendo l’arrivo in città e il successivo passaggio al fronte, presso l’armata comandata dal generale Pichegru, del giovane Charles Nodier, spedito dal padre a Strasburgo per imparare il greco da Euloge Schneider, ex cappuccino ora commissario rivoluzionario (è incredibile quanti invasati prima di diventare rivoluzionari fossero preti, come il Cimourdain de Il Novantatré di Victor Hugo). Conosce il coetaneo Eugène de Beauharnais, diventa suo amico, combatte contro gli invasori, assiste alla fucilazione del conte di Saint-Hermine e ne raccoglie le ultime volontà, diventa il protetto di Pichegru. Grande spazio nella seconda parte è dedicata alla vita militare, alle operazioni belliche dell’esercito rivoluzionario contro i prussiani, alla bontà e alla spontaneità dei soldati francesi, tanto che si capisce che Dumas simpatizza con loro e ne celebra le gesta (bisogna notare che non resta mai neutrale, ma si riferisce sempre ai francesi dicendo “i nostri”); meno simpatia invece Dumas riserva per chi abusa del potere, come Euloge Schneider, fanatico estremista che cerca di sposarsi con una fanciulla che ricatta minacciando suo padre e per questo entra in rotta di collisione con Saint-Just (Schneider che fa aprire le porte della città per fare un’entrata pirotecnica è effettivamente un fatto storico che gli è costato la testa). Molte le scene memorabili: il brindisi di Schneider che beve dal collo di una bottiglia rotta tagliandosi le labbra; Saint-Just che condanna a morte un suo amico d’infanzia per essersi svestito prima di andare a letto e non aver rispettato l’ordine di restare vestiti per i militari; Saint-Just che legge della riconquista della città insorta di Tolone da parte di Napoleone Bonaparte e impone ai soldati di restare schierati ad ascoltare mentre vengono decimati dalle cannonate del nemico; la spia polacca di Pichegru travestita da suonatore di organetto; il sottotenente Faraud che combatte da solo contro un branco di lupi e poi baratta il grado di caporale in cambio di alcuni prussiani catturati. Per la cronaca: per portare a termine la pubblicazione de I Bianchi e i Blu sono necessarie altre tre pubblicazioni. Speriamo di farcela.

Roberto Paura - Storia del Terrore

16.000 vittime ghigliottinate e fucilate, di cui 2.625 a Parigi, per un totale di 35.000-40.000 morti aggiungendo le esecuzioni senza processo e le fucilazioni sommarie al fronte, e di 300.000-500.000 persone incarcerate in quanto sospette: questi i numeri di un fenomeno, il Terrore, che contraddistinse la storia della Francia negli anni 1793-94 e che macchia indelebilmente la storia della Rivoluzione francese al punto da separarla nettamente dagli “anni luminosi” iniziati con la presa della Bastiglia nel 1789. Proprio al Terrore è dedicato questo ponderoso e riuscitissimo libro di Roberto Paura che, in 400 pagine corredate da un ottimo apparato iconografico (come da tradizione Odoya), compendia la letteratura esistente sull’argomento (anche quella non disponibile in Italia) facendo ampio ricorso a fonti e citazioni: ne risulta una ricostruzione complessa e affascinante, quasi giorno per giorno, ideale per chi ama la storia e crede ancora che nei suoi solchi si trovino molti elementi in grado di spiegare il presente. A questo proposito Paura è molto chiaro: «Se il 1789 fu il laboratorio politico del XIX secolo, il 1793 è stato senza dubbio il laboratorio politico del XX e del XXI secolo. Problemi straordinariamente moderni, dal suffragio universale al reddito minimo, dall’ateismo ai diritti sociali – il diritto al lavoro, il diritto all’istruzione –, dall’emancipazione delle donne alla conflittualità tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, dai rischi di un potere incontrollato fondato sulla persecuzione di quanti non ne condividono il progetto […] fino al problema ancora irrisolto dell’appannamento dei principi rivoluzionari quando si giunge al potere». Il Terrore è la matrice degli stermini del Novecento, non solo per i massacri (la fucilazione di 4.000 vandeani scampati alla morte in battaglia, le esecuzioni di massa a cannonate a Lione, con i feriti finiti a colpi di spada e i cadaveri gettati nel Rodano affinché fungessero da monito per gli insorti di Tolone; a Nantes, Carrier fece annegare 90 preti refrattari e centinaia di persone, facendo legare insieme uomini e donne giovani per poterli affogare in quello che lui chiamava “matrimonio repubblicano”) ma anche e soprattutto per l’ossessione paranoica di un complotto controrivoluzionario, ordito dagli aristocratici per restaurare l’ancien régime con l’aiuto degli inglesi e degli austriaci, a cui era necessario rispondere con misure estreme e sommarie, anche attraverso la liquidazione rapida degli avversari politici trasformati in “nemici della nazione” (con l’ovvio contorno di frasi sanguinarie e a effetto come: «Chi critica il Comitato, non è altro che un traditore al solco del nemico», «Fra il popolo e i suoi nemici non può che regnare la mannaia», «Più la ghigliottina lavora, più la Repubblica si fa forte»). Addirittura, le città insorte venero private del loro nome: Marsiglia venne chiamata “Senza nome”, Lione “Comune liberato” e Tolone “Port-la-Montagne”, quasi per negarne l’identità in quanto anch’esse “nemiche della nazione”. Paura individua l’inizio del suo racconto nella sventata fuga del re a Varennes, che fece crollare l’illusione di una monarchia costituzionale, e quindi racconta il processo e l’esecuzione di Luigi XVI, vero e proprio spartiacque e punto di non ritorno rispetto al passato e all’illusione di riuscire a realizzazione una monarchia costituzionale; prosegue poi con il confronto tra girondini (federalisti e oligarchici) e giacobini (centralisti), il racconto della guerra interna ed esterna al Paese (con grande spazio dedicato alle battaglie), le insurrezioni, i processi politici, i complotti, le macchinazioni, lo scontro tra Robespierre e Saint-Just da una parte e Danton e Desmoulins dall’altra. Paura vuole dimostrare che il Terrore non fu una triste e imbarazzante parentesi da cancellare, bensì l’essenza stessa della Rivoluzione: esso esiste prima di Robespierre (il Comitato di salute pubblica nasce mesi prima del suo ingresso) ed è teorizzato da Danton (creatore del Tribunale rivoluzionario), secondo cui «bisogna essere terribili per impedire che lo sia il popolo». Anzi, contrariamente alla vulgata che vede i giacobini come responsabili della grande accelerazione rivoluzionaria (le 100.000 teste invocate da Marat), nella loro lucida follia Robespierre e Saint-Just ricoprirono sempre il ruolo di grandi mediatori nei confronti della fortissima istanza che proveniva dal basso, cioè dalla città di Parigi (sanculotti e hébertisti), contro tutto quello che c’era prima, nella gestione dell’economia e della guerra; lo stesso calmiere sui prezzi, il famigerato maximum, fu estorto dalla plebe di Parigi e non sarebbe mai stato approvato dai giacobini, che erano decisamente a favore della libertà di commercio (così come erano contrari ai provvedimenti contro i negoziatori accaparratori, rei di sottrarre e occultare merci e derrate di prima necessità, fenomeno in realtà molto meno esteso di quanto la retorica estremista facevano credere). Una posizione ben diversa insomma da quella di un Fouchet che, a dispetto del suo futuro destino di ricchissimo ministro della polizia sotto Napoleone, teorizzava a Lione l’uguaglianza delle ricchezze e il livellamento dei redditi (un proclama definito da Stefan Zweig «il primo chiaro manifesto comunista dei tempi moderni»), o di un Joseph Le Bon che ad Arras fece inserire nelle liste dei sospetti tutti i ricchi: posizioni, queste, che contribuirono a esportare il radicalismo nei dipartimenti. Anche riguardo alla religione, Robespierre tenne sempre una posizione moderata, lontana dall’ateismo dei più esagitati (e ce n’erano tanti, basti pensare che Laignelot disse: «I popoli non saranno mai davvero liberi finché l’ultimo re non sarà stato strangolato con le budella dell’ultimo prete») che chiedevano la cancellazione per leggere del cristianesimo (c’era il problema dei preti da pagare con i soldi statali, e molti volevano risolvere il problema alla radice): il suo sostegno al culto dell’essere supremo si atteneva ai principi della libertà di culto e voleva evitare che si ritornasse all’oscurantismo del vecchio ordine. La sua fu una posizione mediana che mirava continuamente a smussare gli estremismi, sia a destra che a sinistra, e a spingere la Rivoluzione verso un orizzonte che non era più solo politico, ma morale e perfino religioso, nell’utopia irrealizzabile di costruire un “uomo nuovo”, il vero cittadino repubblicano. Effettivamente, l’accentramento dei poteri e l’instancabile attività del Comitato di salute pubblica salvarono veramente la Francia nell’estate del 1793, ma poi, dopo la vittoria di Robespierre contro tutte le opposizioni, il Terrore venne pensato come regime permanente in una repubblica giacobina sempre più centralizzata: il Comitato di salute pubblica si ritrovò in possesso di un’autorità senza pari, anche a confronto con l’ancien régime e l’autorità del monarca assoluto (e così la Convenzione, teoricamente detentrice del potere assoluto sul piano legislativo ed esecutivo, aveva meno autorità dei parlamenti francesi del vecchio regime). Non poteva durare, ma Robespierre aveva già previsto che al suo Terrore virtuoso si sarebbero sostituite persone motivate da ben altri principi (l’arricchimento e la conservazione del potere a tutti i costi), cosa che, se si pensa al Direttorio e all’impero napoleonico (periodo che vide l’affermazione di moltissimi ex rivoluzionari, prontissimi a cambiare casacca) effettivamente avvenne.

lunedì 2 maggio 2016

Olivier Blanc - Parigi libertina

Chi non conosce Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, opera scandalosa che, attraverso i personaggi del visconte di Valmont e della marchesa di Merteuil, dava la parola ai libertini e permetteva loro di esprimere la loro filosofia di vita per pagine e pagine senza che il loro pensiero venisse messo in ridicolo? Proprio dall’opera di Laclos inizia questo bellissimo Parigi libertina di Olivier Blanc che, come tutti i buoni libri di storia, ci consegna uno spaccato di vita del passato in grado di farci comprendere come la realtà e la storia spesso sono più complessi, intricati e narrativamente interessanti di qualsiasi fiction. Oggetto della sua indagine è la Parigi della seconda metà del XVIII secolo, quella società narcisistica e brillante che viene ritratta ne Le relazioni pericolose e che verrà decapitata (in ogni senso) dalla Rivoluzione francese e stigmatizzata dalla storiografia moralizzatrice dei secoli XIX e XX, ma che è alla base di molte conquiste rivoluzionarie (il matrimonio dei preti e delle suore dopo la Costituzione Civile del clero e la soppressione degli ordini monastici, la legge che autorizzava il divorzio): la maggior parte dei libertini non era legata al vecchio ordinamento, anzi, erano spesso massoni e partigiani di idee nuove, libertarie e tolleranti, in opposizione al vecchio ordine feudale e all’oscurantismo (e facevano parte della stessa cerchia della regina Maria Antonietta), tanto da venire pesantemente avversati da Luigi XVI, che non nascose mai la sua riprovazione e la sua avversione per tutto ciò che metteva in pericolo l’ordine coniugale e familiare nella sua definizione cattolica. Spesso brillanti e ironici (il marchese di Genlis, a cui viene attribuita la battuta: «Ho avuto due volte Mme de…, la prima volta per me, la seconda per lei. In seguito non vi sono più tornato, non v’era più nessuno a cui far cosa gradita»), rifiutavano gli amori furtivi e clandestini, disdegnavano le case di tolleranza e ci tenevano che nessuno ignorasse i loro amori con persone che, come loro, erano spesso già sposate. «Una visione d’insieme dell’ultimo quarto del XVIII secolo – scrive Blanc – mostra come il libertinaggio si stesse conquistando il diritto all’indifferenza. Mostra anche come il modo di vestire in città, sia maschile che femminile, illustrava il cambiamento dei costumi dei contemporanei. Poco a poco esso si liberò delle costrizioni sociali, tendendo all’unificazione – i cortigiani si vestivano da borghesi quando andavano a passeggio a Parigi – e progredì fino alla Rivoluzione a livello di seduzione e di semplicità». Ovviamente questo atteggiamento non riguardava tutte le classi sociali: benestanti e privilegiati della nobiltà e della grande borghesia potevano ostentare impunemente i loro amori, mentre la piccola borghesia urbana e il mondo contadino no. L’adulterio veniva severamente represso (specie quello femminile) e l’omosessualità veniva punita, a livello popolare, anche con il rogo (e accolta con riprovazione, perché attirava l’attenzione pubblica su un crimine contro natura). Era però un’epoca in cui molti processi di separazione si concludevano con l’indipendenza sessuale e finanziaria della donna, che fino a questo momento era formata in convento e attendeva che la famiglia scegliesse per lei un pretendente, e questa era la ragione delle molte libertine donne che affollavano la società dell’epoca. Il libro fa quindi un’analisi dei nuovi spazi pubblici e nei luoghi di convivialità in cui si esercitava il libertinaggio e che favorivano il rimescolamento sociale e la mescolanza dei sessi: i caffè, i salotti, concerti, i teatri (dove spesso venivano messi in scena testi licenziosi o critici verso il potere), che aprivano le loro porte all’élite intellettuale o artistica, indipendentemente dalla nascita o dal censo, ma riferendosi al talento, allo spirito e alla bellezza. Nella seconda parte, Blanc traccia un profilo di molti libertini dell’epoca, uomini e donne, omosessuali e lesbiche, spesso anche uomini di Chiesa (l’abate di Bourbon, colto in flagrante con la sua amante dal marito di questa, giustificandosi di non poter fare di meglio che seguire l’esempio di altri prelati, si sentì rispondere dal ministro: «Certo che potevate! Aspettate di essere vescovo!»), dai cui profili e dalle cui storie emerge una società in cui il sesso era quasi sempre utilizzato in chiave politica e di vantaggio personale (e, vista l’estrema propensione di queste donne all’intrigo e ai sotterfugi per avere vantaggi nelle varie situazioni, si capisce i sospetti che cadevano su di loro durante il Terrore), segno che certe cose in politica, ben prima di Berlusconi, anche se molti sembrano dimenticarlo, sono sempre esistite e sempre esisteranno.